Sulle identità corporee e l’insoddisfazione di sé

L’immagine corporea è un costrutto mentale in continua trasformazione e in continuo rimodellamento. Nel corso della vita dipende da fattori biologici ( multisensoriali, motori, propriocettivi, ormonali, neurovegetavivi, legati alla malattia ) e psicosociali ( cognitivi, affettivi, emotivi, sessuali, estetici, sociali ) in continuo interazione tra loro.

L’insoddisfazione per il proprio corpo o per parti di esso […] rappresenta, nella stragrande maggioranza dei casi, la premessa per il cambiamento. In genere proprio chi attribuisce estrema importanza all’aspetto fisico sembra dedicarsi al suo miglioramento mettendo in atto tutte le strategie disponibili per il controllo del peso e della forma, siano esse naturali o innaturali. Ciò spesso si associa ad un atteggiamento di favore nei confronti delle manipolazioni chirurgiche (Faccio, 1996).

Le pratiche di modificazione del corpo rappresentano un fenomeno collettivo che racchiude un numero sempre più fitto di praticanti: dalla ginnastica aerobica al body building, dall’estensione del capello al tatuaggio del contorno occhi, negli ultimi anni si è davvero ampliata e consolidata, ma in primis normalizzata, la tendenza al trasformismo corporeo. Il controllo esercitato sul corpo consente un progressivo superamento dei vincoli naturali, e dimostra che l’identità può oltrepassare i propri confini, anche quelli legati all’ordine sessuale.

Microchirurgia, liposcultura, innesti tricotici ed impianti organici “sono entrati a far parte della medicina come del programma televisivo che ne divulga trucchi e magie. queste forme di tecnologia del sé alimentano una concezione nuova, postmoderna della libertà: la libertà della determinazione del corpo, […] un’ideologia del miglioramento del cambiamento senza limiti, che rappresenta un sfida alla storicità, alla mortalità e alla stessa materialità del corpo” (Bordo, 1993).

Così dicendo non ci riferiamo solo al dismorfofobico o a chi è in attesa di un intervento di rinoplastica.

“Chi di noi non è un pò replicante? si chiede la Scarsini (2003,p.105). “Con qualche parte del corpo sostituita da una protesi artificiale?” Dalla lente a contatto alla protesi dentaria, dal reggiseno imbottito, al tacco, al fondotinta; forme del trasformismo corporeo, solo meno eclatanti, indicative di una stessa, sotterranea, fame di nuove identità.

La moda è la prima dea manipolatrice di identità, poiché assolve, dalla blusa per casa al vestito elegante, al bisogno di disporre di versioni mutanti di sé. “Giocando sulla psicologia dei ruoli la moda trasforma la tuta dell’operaio nel jeans dello sfaccendato” _-“Se volete essere questo, vestitevi in un dato modo!” – così senza fatica dell’azione, compie il miracolo per cui non è necessario agire, ma è sufficiente vestirsi per ostentare l’essere dell’azione senza assumere la realtà” (Galimberti, 1983, pp.109-110).

Come la persona produce l’indumento, così l’indumento produce magicamente la persona, per cui al limite, trasformando l’indumento, si trasforma il proprio essere (Sartre, 1963). Ciononostante la moda rimane una pratica di disciplinamento e di normatività.

La tendenza ad addomesticare il corpo è – del resto – espressione di autodisciplina e autoapprendimento, ma non di meno rappresenta la perfetta sintonia con l’intenzione cui quel apprendimento è finalizzato.

Bibliografia: “Le identità corporee, Quando l’immagine di sé fa star male”, Elena Faccio, 2007, pp.194-196